Il futuro l’ho visto. E ha un retrogusto di playlist, layout e birra tiepida
Tempo di lettura:
Se leggi veloce
Il tempo che ci metti a ignorare un “Termini e condizioni” prima di cliccare “Accetta”.
Se leggi con calma
Il tempo che passi a fissare il frigo aperto sperando in nuove opzioni.
Se oggi non ci sei proprio
Quanto ci metti a decidere cosa guardare su Netflix per poi addormentarti.

Non è stata una visione mistica, eh. Niente luci nel cielo, nessun segnale dall’alto.
Solo io, un progetto Photoshop che rifiuta di aprirsi, una deadline già scaduta e una birra calda dimenticata accanto al mouse. Ma in quel momento, tra una bestemmia silenziosa e un file salvato col nome “questa_volta_è_ufficiale.png”, l’ho visto. Il futuro.
E sai com’è?
È umano. Bellamente, splendidamente, imperfettamente umano.
Nonostante l’intelligenza artificiale che ti suggerisce lo slogan perfetto mentre tu stai ancora litigando con il naming, i display a ultra-definizione che ti fanno vedere i pori dei cantanti, e le notifiche che esplodono mentre stai ancora decidendo tra Arial e Helvetica. … il futuro è fatto di gente vera, di persone. Di connessioni reali. Di esperienze sincere. Di errori ben piazzati. Di applausi non programmati.
Gente che alle 4 di notte discute se il video del post rende meglio con Radiohead o con Calcutta in sottofondo. Chi ha l’idea geniale per il post perfetto, ma la dimentica appena apre Instagram. Di chi sa che la miglior idea arriva sempre quando sei già in macchina. O sotto la doccia. Gente che ha l’illuminazione mentre è al bagno. Mentre sei in fila al supermercato e ti viene l’idea geniale per un nuovo format.
Il futuro non è perfetto, è sincero.
Sarà ancora fatto di PDF errati inviati al cliente, volantini distribuiti con la data sbagliata e riunioni che iniziano con “vi rubo solo 5 minuti” e finiscono tre ore dopo con una pizza fredda. Di pranzi da asporto e cene riscaldate al microonde mentre rispondi all’ennesimo “ci pensi tu?”. E per fortuna.
Il futuro avrà la forma di una grafica pensata col cuore. Di una playlist condivisa. Di un momento in cui ti guardi intorno e dici: “Cavolo, questa cosa mi resterà dentro.” Sarà gente che ti manda un vocale di 1’47” per dirti che si è commossa guardando il recap video di un evento che hai curato. Sarà il tecnico che ti salva la vita con una fascetta da elettricista. Sarà la playlist sbagliata al momento giusto. Sarà quel momento in cui il Wi-Fi salta, ma la connessione tra le persone resta. Sarà un compleanno in ufficio con torta sbilenca ma sorrisi veri. Sarà tutto quello che non avevi pianificato, ma che alla fine funziona lo stesso.
Il futuro non è un momento epico sul palco, è quel “hai bisogno di una mano?” sussurrato mentre tutti stanno già andando a casa. È un feedback detto bene. È una pausa caffè diventata brainstorming. E sarà anche quel preciso istante in cui, stanco e un po’ sconvolto, ti rendi conto che stai lavorando con persone che ridono anche quando è tutto in ritardo. Che ci sono. E allora pensi: ok, allora ha tutto senso. È una chat con troppi meme, un documento condiviso dove ognuno mette un pezzetto. È quel momento in cui, senza che nessuno lo chieda, qualcuno ti copre le spalle. Io ci lavoro, in questo futuro. Lo immagino. Lo progetto. Lo grafico (non si dice, lo so). E ci metto dentro le persone che ho intorno.
Il futuro non è fatto da tutti.
Non è fatto da quelli che in palestra ti vedono uscire dalla doccia con l’aspetto di un cinghiale ottimista e, mentre tu lanci un allegro “Buona giornata!”, ti ignorano come se stessi facendo campagna elettorale o ti guardano come se avessi chiesto un bonifico.
Non è fatto da quelli che al bar ordinano con la stessa dolcezza di un verbale.
Da chi sbuffa in coda, da chi entra in ufficio con lo sguardo spento e lo lascia ancora più spento. Non è fatto da chi trasforma ogni idea in una riunione. Da chi dice “non si può fare” prima ancora di sapere cosa sia. Da chi guarda il bello e non lo riconosce neanche se gli balla davanti. E questo lo vedi. Non nei like, non nei numeri. Lo vedi nei volti delle persone sotto il palco. Nei clienti che ti ringraziano senza parole. In chi ti dice: “non so come, ma si sentiva che c’era cuore”. Ecco. Quello.
È la bellezza imperfetta di qualcosa che funziona perché è autentico.
Il futuro non è fatto di chi gira col muso e parla solo per lamentarsi del Wi-Fi. Di chi ha sempre Excel aperto e il cuore chiuso. Di chi risponde alle mail con “ok” e ai colleghi con silenzio.
Il futuro è fatto di chi risponde a un saluto. Di chi ti manda un meme quando capisce che hai bisogno di ridere. Di chi dice “bella questa!”, anche se la presentazione ha ancora due slide da sistemare.
È fatto di chi porta le brioche in ufficio senza motivo. Di chi ti scrive “ci sei?” solo per sapere come va. Di chi si emoziona, di chi non fa finta di niente. Di chi applaude anche se non c’è nessun palco.
Quando si respira un’energia positiva, succedono cose belle. Non lo dico solo io. Lo dice anche la fisica quantistica. O forse era Gesù. O un copywriter molto bravo. Comunque uno sveglio.
Perché sì, l’energia gira. Se tratti bene il barista, poi magari il cliente ti risponde con entusiasmo. Se ascolti chi hai accanto, magari quel giorno ti salva da un’idea sbagliata. Se porti gentilezza, spesso torna sotto forma di un sushi offerto, risate spontanee o quella playlist perfetta che ti fa battere il cuore a mille.
E se il futuro è fatto di questo – di idee vere, di persone che ci credono, di silenzi che valgono più di mille slide – allora non vedo l’ora di rivederlo domani. Magari con la playlist giusta. E una Peroni ghiacciata, stavolta.

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