LA GUERRA È UNA MERDA e io sono un codardo
LA GUERRA È UNA MERDA e io sono un codardo
Tempo di lettura:
Se leggi veloce
Il tempo che ci metti a cambiare canale quando vedi un bambino ferito al telegiornale.
Se leggi con calma
Il tempo che serve per ammettere che la guerra non la capisci, ma ti fa schifo.
Se oggi non ci sei proprio
Il tempo che ci vuole per rendersi conto che restare in silenzio è una forma di complicità.

Non ho le mani sporche di sangue,
ma nemmeno pulite di coraggio.
Non ho preso un fucile,
ma neppure una posizione abbastanza forte.
Scrivo.
Parlo.
Mi arrabbio.
E poi torno alla mia vita.
E ogni volta mi sento un codardo.
Ma almeno questo lo so dire:
la guerra è una MERDA.
Sempre. Ovunque. Per chiunque.
La guerra è una merda.
Lo era quando si combatteva con le spade, lo è oggi con i droni e le bombe intelligenti che fanno danni stupidi. È una merda perché uccide. Perché ammazza i bambini, le madri, chi non c’entra nulla.
Perché trasforma esseri umani in numeri, in statistiche, in stories da dimenticare domani.
E no, non voglio parlare solo delle guerre che fanno notizia, come Israele e Palestina o l’Ucraina, ma di tutte quelle che restano nell’ombra. Perché oggi, mentre leggi, nel mondo ci sono più di 50 conflitti. Alcuni fanno rumore, altri restano in silenzio come ferite dimenticate. Ma tutti hanno la stessa puzza di bruciato e di sangue.
E io, nel mio piccolo, che faccio?
Niente.
Sto qui, dietro a uno schermo.
Scrivo.
Parlo.
Mi indigno.
E poi torno al lavoro, ai miei cari, alle mie cose.
E ogni tanto mi sento un fallito.
Un codardo.
Perché non faccio nulla.
Perché ho paura.
Paura di lasciare solo chi mi vuole bene.
Paura di non sapere da dove cominciare.
Paura di sentirmi inutile.
Ma almeno una cosa la so fare: dire quello che penso. Mettere nero su bianco la mia rabbia, la mia tristezza, la mia impotenza. E magari, anche solo per un istante, far riflettere qualcuno. Magari te.
Perché se tutti stiamo zitti, se tutti facciamo finta di niente, il mondo non cambierà mai.
Continueremo a chiamarla “difesa”, “missione di pace”, “operazione speciale”.
Ma la verità è una sola:
La guerra è una merda.
Sempre. Ovunque. Per chiunque.
“Eh, ma le forze armate fanno anche missioni di pace.”
“Aiutano nei terremoti.”
“Trasportano organi.”
“Intervengono nelle emergenze.”
“Salvano vite.”
Sì, succede. Ma non è quello il loro scopo principale. Le forze armate nascono per combattere. Il resto è contorno, immagine, propaganda. È un modo per ripulire la coscienza pubblica, per far dimenticare cosa sono davvero: strutture nate per la guerra.
Mentre un reparto porta un organo da un ospedale all’altro, un altro addestra piloti a lanciare bombe. Mentre una squadra aiuta dopo un’alluvione, un’altra prepara esercitazioni da miliardi. Mentre qualcuno porta aiuti, qualcun altro costruisce armi.
Se vogliamo parlare di chi fa davvero solo il bene, allora parliamo di chi lo fa senza divisa e senza fucili:
- Croce Rossa,
- Protezione Civile,
- Emergency,
- Medici Senza Frontiere,
- Save The Children,
- ONG umanitarie.
Questi sì che portano organi, acqua, cure e speranza. Questi non fanno parate, non ricevono miliardi, ma fanno la differenza vera.
Ogni giorno.
In silenzio.
In Italia spendiamo oltre 30 miliardi di euro l’anno in spese militari.
Paghiamo le parate, le basi, gli addestramenti.
Anche chi odia la guerra la finanzia, senza possibilità di scelta.
Ogni euro che va in un’arma è un euro tolto a una scuola, a un ospedale, a un parco giochi.
Siamo un Paese che si commuove per un gattino salvato dai pompieri,
ma cambia canale davanti ai corpi dei bambini.
Chi fa la guerra la chiama “difesa”, chi la subisce diventa “danno collaterale”.
Mi sento un codardo, lo ammetto.
Perché non ho il coraggio di scendere in piazza ogni giorno, di partire e aiutare, di disobbedire davvero.
Ma almeno oggi ho il coraggio di scrivere queste righe.
E di dire ad alta voce che: La guerra è una MERDA.
Sempre. Ovunque. Per chiunque.
Nessuna ideologia, nessuna religione, nessuna patria giustifica la morte di un bambino.
Se nessuno avesse armi, nessuno potrebbe sparare.
Se nessuno costruisse bombe, nessuno potrebbe lanciarle.
Sembra banale? Lo è.
Ma le cose più vere spesso sono banali.
Solo che abbiamo smesso di ascoltarle.
Sì, la guerra è più grande di noi.
Sì, non possiamo fermare Putin o Netanyahu con un articolo.
Sì, un post non cambia il mondo.
Ma il silenzio lo peggiora.
Serve a tenere la coscienza sveglia, la tua, e quella di chi legge.
Serve a far dire, anche solo a uno:
“Anch’io la penso così, ma non avevo mai avuto il coraggio di dirlo.”
E alla fine, a cosa serve tutto questo?
Forse a niente.
Forse non cambierò Putin, né Netanyahu, né un solo missile.
Ma serve a me. Serve a chi legge, per non abituarsi.
Serve a ricordare che, anche quando non possiamo fermare una guerra,
possiamo almeno non accettarla in silenzio.
Perché ogni volta che diciamo “è normale”, un pezzo di umanità muore.
La guerra è una merda.
E non servono analisi, geopolitica o dibattiti per capirlo.
Basta un po’ di umanità.

Anche le idee hanno gambe: e stavolta camminano fino al Kilimanjaro
Anche le idee hanno gambe: e stavolta camminano fino al Kilimanjaro
Ci sono progetti che raccontano storie.
E poi ci sono storie che diventano progetti.
Come Treekking Over 3000, l’avventura di Roberto e Michele,
due amici da quasi trent’anni, uniti da un filo invisibile
fatto di vetta, fatica, risate e sogni alti quasi 6.000 metri.

Noi di Suonica con Roberto abbiamo condiviso già un bel pezzo di strada: progetti, eventi, idee folli e campagne che ci hanno fatto sudare quanto una salita. Solo che stavolta non ci bastava mettere il logo, curare la grafica o scrivere un piano editoriale da applausi. Questa volta volevamo camminare accanto. Anche solo con un piccolo passo. Anche solo con un gesto.
Così abbiamo deciso di sostenere Treekking Over 3000, il progetto che unisce la scalata al Kilimanjaro alla riforestazione in Tanzania e all’empowerment femminile. Perché ogni metro conquistato lassù può trasformarsi in un albero piantato quaggiù. E ogni albero è una possibilità in più per chi costruisce il proprio futuro giorno dopo giorno, radice dopo radice.
Il progetto: dove la fatica diventa foresta
Il Kilimanjaro non è solo la montagna più alta d’Africa: è un simbolo.
E Roberto e Michele hanno scelto di renderlo anche un ponte tra sogno e solidarietà.
Con Treekking Over 3000, ogni escursionista può partecipare al cambiamento:
basta calcolare 0,05 € per ogni metro sopra i 3.000 raggiunto in una scalata o trekking.
Ogni donazione diventa un contributo concreto per piantare nuovi alberi in Tanzania con il supporto di ZeroCO2 Società Benefit.
Un progetto che ha tanti obiettivi quanti rami:
• riforestare aree colpite dalla deforestazione;
• migliorare la qualità del suolo e contrastare la crisi climatica;
• creare nuove opportunità di lavoro e autonomia per le donne Maasai;
• dare nuova linfa alle comunità rurali locali.
Insomma: pianti un albero, crescono speranza, dignità e futuro.
Il viaggio: otto giorni, sei tappe, una cima
Dal 28 settembre al 5 ottobre 2025, Roberto e Michele affronteranno un percorso che parte da Machame Gate (1800 m) e arriva fino ai 5895 metri dell’Uhuru Peak, vetta del Kilimanjaro.
Tra notti in tenda, fiato corto e panorami che fanno pace con il mondo, ogni tappa sarà un tassello del loro sogno, e del nostro.
E alla fine del viaggio, li aspetta la visita al progetto di riforestazione in Tanzania, per toccare con mano l’impatto di ogni singolo passo.
Come puoi partecipare anche tu
Puoi scalare o puoi sostenere.
Puoi camminare o puoi cliccare.
L’importante è esserci.
Ecco come fare:
1 Hai in programma un trekking sopra i 3.000 m? Bene, sali, respira, scatta una foto e dona 0,05 € per ogni metro sopra quota 3.000.
2 Niente scarponi? Nessun problema: puoi donare direttamente online e unisciti virtualmente alla spedizione.
3 Segui il viaggio su Instagram e Facebook, oppure scopri tutto sul sito treekking.com.
4 E quando sei pronto, clicca qui Dona ora
Ogni passo, ogni metro, ogni albero conta.
E anche un piccolo gesto può arrivare in vetta.
Perché Suonica c’è
Noi crediamo nei progetti che hanno un’anima.
In chi sogna in grande, ma cammina con i piedi ben piantati per terra.
E se c’è una cosa che abbiamo imparato in tanti anni di eventi, brand e campagne è che le storie vere fanno crescere tutto: aziende, persone, foreste.
Per questo siamo orgogliosi di camminare accanto a Roberto e Michele, anche solo per un tratto, anche solo per dire:
“Ci siamo anche noi. E il mondo è un po’ più bello quando si sale insieme.”Segui il viaggio, sostieni la causa, pianta il tuo albero.
Perché la vetta più alta è sempre quella che raggiungi insieme.

Il futuro l’ho visto. E ha un retrogusto di playlist, layout e birra tiepida
Il futuro l’ho visto. E ha un retrogusto di playlist, layout e birra tiepida
Tempo di lettura:
Se leggi veloce
Il tempo che ci metti a ignorare un “Termini e condizioni” prima di cliccare “Accetta”.
Se leggi con calma
Il tempo che passi a fissare il frigo aperto sperando in nuove opzioni.
Se oggi non ci sei proprio
Quanto ci metti a decidere cosa guardare su Netflix per poi addormentarti.

Non è stata una visione mistica, eh. Niente luci nel cielo, nessun segnale dall’alto.
Solo io, un progetto Photoshop che rifiuta di aprirsi, una deadline già scaduta e una birra calda dimenticata accanto al mouse. Ma in quel momento, tra una bestemmia silenziosa e un file salvato col nome “questa_volta_è_ufficiale.png”, l’ho visto. Il futuro.
E sai com’è?
È umano. Bellamente, splendidamente, imperfettamente umano.
Nonostante l’intelligenza artificiale che ti suggerisce lo slogan perfetto mentre tu stai ancora litigando con il naming, i display a ultra-definizione che ti fanno vedere i pori dei cantanti, e le notifiche che esplodono mentre stai ancora decidendo tra Arial e Helvetica. … il futuro è fatto di gente vera, di persone. Di connessioni reali. Di esperienze sincere. Di errori ben piazzati. Di applausi non programmati.
Gente che alle 4 di notte discute se il video del post rende meglio con Radiohead o con Calcutta in sottofondo. Chi ha l’idea geniale per il post perfetto, ma la dimentica appena apre Instagram. Di chi sa che la miglior idea arriva sempre quando sei già in macchina. O sotto la doccia. Gente che ha l’illuminazione mentre è al bagno. Mentre sei in fila al supermercato e ti viene l’idea geniale per un nuovo format.
Il futuro non è perfetto, è sincero.
Sarà ancora fatto di PDF errati inviati al cliente, volantini distribuiti con la data sbagliata e riunioni che iniziano con “vi rubo solo 5 minuti” e finiscono tre ore dopo con una pizza fredda. Di pranzi da asporto e cene riscaldate al microonde mentre rispondi all’ennesimo “ci pensi tu?”. E per fortuna.
Il futuro avrà la forma di una grafica pensata col cuore. Di una playlist condivisa. Di un momento in cui ti guardi intorno e dici: “Cavolo, questa cosa mi resterà dentro.” Sarà gente che ti manda un vocale di 1’47” per dirti che si è commossa guardando il recap video di un evento che hai curato. Sarà il tecnico che ti salva la vita con una fascetta da elettricista. Sarà la playlist sbagliata al momento giusto. Sarà quel momento in cui il Wi-Fi salta, ma la connessione tra le persone resta. Sarà un compleanno in ufficio con torta sbilenca ma sorrisi veri. Sarà tutto quello che non avevi pianificato, ma che alla fine funziona lo stesso.
Il futuro non è un momento epico sul palco, è quel “hai bisogno di una mano?” sussurrato mentre tutti stanno già andando a casa. È un feedback detto bene. È una pausa caffè diventata brainstorming. E sarà anche quel preciso istante in cui, stanco e un po’ sconvolto, ti rendi conto che stai lavorando con persone che ridono anche quando è tutto in ritardo. Che ci sono. E allora pensi: ok, allora ha tutto senso. È una chat con troppi meme, un documento condiviso dove ognuno mette un pezzetto. È quel momento in cui, senza che nessuno lo chieda, qualcuno ti copre le spalle. Io ci lavoro, in questo futuro. Lo immagino. Lo progetto. Lo grafico (non si dice, lo so). E ci metto dentro le persone che ho intorno.
Il futuro non è fatto da tutti.
Non è fatto da quelli che in palestra ti vedono uscire dalla doccia con l’aspetto di un cinghiale ottimista e, mentre tu lanci un allegro “Buona giornata!”, ti ignorano come se stessi facendo campagna elettorale o ti guardano come se avessi chiesto un bonifico.
Non è fatto da quelli che al bar ordinano con la stessa dolcezza di un verbale.
Da chi sbuffa in coda, da chi entra in ufficio con lo sguardo spento e lo lascia ancora più spento. Non è fatto da chi trasforma ogni idea in una riunione. Da chi dice “non si può fare” prima ancora di sapere cosa sia. Da chi guarda il bello e non lo riconosce neanche se gli balla davanti. E questo lo vedi. Non nei like, non nei numeri. Lo vedi nei volti delle persone sotto il palco. Nei clienti che ti ringraziano senza parole. In chi ti dice: “non so come, ma si sentiva che c’era cuore”. Ecco. Quello.
È la bellezza imperfetta di qualcosa che funziona perché è autentico.
Il futuro non è fatto di chi gira col muso e parla solo per lamentarsi del Wi-Fi. Di chi ha sempre Excel aperto e il cuore chiuso. Di chi risponde alle mail con “ok” e ai colleghi con silenzio.
Il futuro è fatto di chi risponde a un saluto. Di chi ti manda un meme quando capisce che hai bisogno di ridere. Di chi dice “bella questa!”, anche se la presentazione ha ancora due slide da sistemare.
È fatto di chi porta le brioche in ufficio senza motivo. Di chi ti scrive “ci sei?” solo per sapere come va. Di chi si emoziona, di chi non fa finta di niente. Di chi applaude anche se non c’è nessun palco.
Quando si respira un’energia positiva, succedono cose belle. Non lo dico solo io. Lo dice anche la fisica quantistica. O forse era Gesù. O un copywriter molto bravo. Comunque uno sveglio.
Perché sì, l’energia gira. Se tratti bene il barista, poi magari il cliente ti risponde con entusiasmo. Se ascolti chi hai accanto, magari quel giorno ti salva da un’idea sbagliata. Se porti gentilezza, spesso torna sotto forma di un sushi offerto, risate spontanee o quella playlist perfetta che ti fa battere il cuore a mille.
E se il futuro è fatto di questo – di idee vere, di persone che ci credono, di silenzi che valgono più di mille slide – allora non vedo l’ora di rivederlo domani. Magari con la playlist giusta. E una Peroni ghiacciata, stavolta.

Un Team Building indimenticabile e forse… indesiderato.
Ebbene sì, per la gioia di voi cari lettori e di tutto il team Suonica,
ho deciso di sfruttare il mio turno da “scrittore” per raccontare e condividere la prossima avventura che vi e ci aspetta!
Cari Suonici, sorpresona!
L’8 Maggio 2024, ci attende una giornata a dir poco straordinaria che ho pensato e che organizzerò appositamente per voi! “Non vedevamo l’ora” starete pensando! Perchè ho deciso di comunicarvelo tramite articolo online sul nostro blog lo spiegherò meglio tra poco, per ora vi dico solo che anche gli amici da casa potranno seguire le vostre peripezie tramite diretta streaming…. ma facciamo un po’ di ordine.
Vi presento l’indimenticabile Team Building dal nome:
Caccia al Tesoro di Serenissima!
Il format
L’avventura si chiama appunto “Caccia al Tesoro di Serenissima”. Immaginate una versione locale e più avventurosa di “Pechino Express”. Voi, in coppie, sfiderete i colleghi in una gara mozzafiato attraverso i pittoreschi paesaggi veneti. L’obiettivo è raggiungere una meta segreta, passando per tappe che metteranno alla prova ingegno e spirito di squadra.
Le coppie
Se tutti accetterete la sfida, ci saranno 8 coppie in gara che ho estratto a caso documentando tutto nel video che trovate qui sotto. Preparatevi a vivere un’esperienza unica che rafforzerà o sgretolerà per sempre il legame con il vostro compagno di squadra e con tutto il nostro meraviglioso e unico Team!
Le regole del gioco
Ogni coppia avrà in dotazione uno zaino con l’essenziale (non entro in dettagli inutili ora) e una GoPro (il modo con cui verrà fissata sul vostro capo è un’altra incredibile sorpresa). Perché la GoPro? Ve lo spiego meglio nel capitolo successivo.
Non potrete usare i vostri cellulari, niente mappe, niente aiuti, solo voi, il vostro compagno di avventura e un sacco di risate, spero. Avevo pensato di non farvi usare i vostri mezzi di trasporto, ma la caccia al tesoro sarebbe durata anni e per qualcuno non avrebbe mai avuto una fine. Nel percorso ci saranno “missioni” speciali da completare e ad ogni checkpoint, vi aspettano enigmi e sfide per accedere alla tappa successiva. Orario di inizio con partenza dal New Age Club ore 9:00, orario di fine e premiazione ore 17:00 (per le coppie che non arrivano entro le 17:00 il gioco è comunque finito).
Seguiteci in diretta!
Cari lettori e amici di Suonica, non perdete l’occasione di vederci in azione!
Collegandovi al nostro sito il giorno 8 Maggio 2024, potrete seguire in diretta tutte le nostre avventure e tifare per la vostra coppia preferita; in questo modo chi sta a casa può godersi il nostro show in diretta! Qualche giorno prima della data prestabilita comunicherò sui nostri canali social le info e i link per collegarsi e ammirare in diretta i nostri eroi.
Il Premio e la cerimonia
La coppia vincitrice, quella che arriverà per prima all’ultima tappa, riceverà una medaglia, uno speciale trofeo e l’opportunità di donare una somma in denaro ad un’associazione benefica locale. Un gesto che unisce sportività e solidarietà.
La cerimonia di premiazione
Al termine dell’avventura, durante la cerimonia di premiazione, verrà annunciato l’ordine di arrivo di tutte le coppie. E non finisce qui: potrete rivivere le emozioni della giornata attraverso un video riepilogativo che pubblicheremo sui nostri canali qualche giorno dopo l’evento e che mostrerà i momenti salienti della caccia al tesoro. Questa non è solo una gara, ma una festa dello spirito di squadra e dell’avventura.
Che vinca il migliore, ma ricordate: in questa esperienza, ogni partecipante è già un vincitore.
Restate sintonizzati sui nostri canali per aggiornamenti futuri!
L’importanza delle Soft Skills
Qualche mese fa, bighellonando e cercando, senza un’idea ben precisa, regali di Natale tra gli scaffali di una famosa libreria di Milano, mi sono imbattuto in un libro di Gary Vaynerchuk (un genio vero), dal titolo: “Essere leader con le soft skills”.
Uno di quei titoli che normalmente non mi attirano, anche in virtù del fatto che la copertina continuava con la seguente frase ad effetto scritta in rosso: “scopri l’ingrediente segreto del successo”. Mi balzarono alla mente quei volumi sulla crescita personale con agghiaccianti titoli emozionali che ho sempre detestato, ma questo no, questo libro doveva essere mio, solo per le due incantevoli parole in copertina: SOFT SKILLS.
Queste due parole, all’apparenza semplici, sono il motore di tutta la mia vita professionale e personale, sono i criteri con i quali affronto colloqui e riunioni di lavoro, elaboro e considero relazioni di amicizia, rapporti lavorativi, familiari e non solo.
Sono sempre stato amante delle soft skills anche quando trascuravo si chiamassero così, quando ignoravo ci fosse una definizione ben precisa per descriverle e che potessero essere classificate; è impossibile calcolare questo “dato” su una scala da zero a cento, non è tangibile come può esserlo la produttività, le soft skills sono abilità che una persona possiede, non sono palpabili e sono la cosa più lontana da un calcolo matematico. Sono abilità che hanno bisogno di allenamento quotidiano e costante, non è sempre facile riuscirci ed essere performante.
Se alla porta di Suonica bussasse, in cerca di occupazione, una persona pluriqualificata o iperspecializzata, ma non gentile o empatica, ci vorrebbero pochi secondi per capire che si trova nel posto sbagliato. Questa persona non creerebbe, tanto meno manterrebbe, la giusta energia in ufficio. Un bravo “tecnico” puoi diventarlo con l’esperienza sul campo o con lo studio, mentre gentilezza, pazienza o curiosità sono doti che richiederebbero un allenamento molto più ferreo e costante, sempre se disposti a mutare e coscienti che bisogna attuare una metamorfosi.
Ho sempre pensato, almeno negli ultimi 20 anni di lavoro, che anche le sfortune, i problemi familiari, lavorativi, a volte più dei successi, vanno elaborati e ribaltati in possibilità o in opportunità di crescita, ti mettono in contatto con la cruda realtà e ti fanno capire che nessuno di noi è invincibile… Quindi circondarsi di validi amici, soci, collaboratori è la base per una serena vita professionale e personale.
Bisogna essere curiosi, provare, ascoltare, godere di tutto e non precludersi nulla: dalla cucina alla musica, dall’arte allo sport e pure per la tecnologia, bisogna provare e interessarsi, essere curiosi. Non esiste il “non mi piace”, il “non mi interessa” senza prima aver provato, solo così possiamo essere empatici, grati, consapevoli, ottimisti e possiamo affrontare ogni situazione sapendoci sguazzare fino in fondo senza problemi, assaporandone ogni sfumatura.
Tornando al libro, Gary dice:
“…gli imprenditori tendono a trovare la sicurezza nel «bianco e nero», cioè nelle materie di studio, nella matematica, nei dati concreti e in ciò che sembra valido sui fogli elettronici. In un’azienda, valutare l’efficacia dell’empatia, della gentilezza e dell’autoconsapevolezza a trenta, sessanta, novanta, 365 o addirittura 730 giorni è più difficile, ma i risultati arrivano. Quando si riesce ad allontanare la paura dall’azienda, succedono cose bellissime.”
Secondo me è quello che è successo miracolosamente a Suonica.
“Se i dipendenti non devono passare il tempo cercando di farsi le scarpe a vicenda o di uccidersi diplomaticamente, è più probabile che portino a termine il compito loro assegnato. Questo livello di buonsenso e di verità umana darà i suoi frutti.”
Nel libro, Gary parla delle soft skills definendole ingredienti e ha un’idea ben chiara di quali esse siano:
1 – La gratitudine
2 – L’autoconsapevolezza
3 – La responsabilità
4 – L’ottimismo
5 – L’empatia
6 – La gentilezza
7 – La tenacia
8 – La curiosità
9 – La pazienza
10 – La convinzione
11 – L’umiltà
12 – L’ambizione
“La qualità del piatto dipende dalla qualità degli ingredienti e dal modo in cui vengono abbinati questi 12 ingredienti.”
Lui considera l’attività imprenditoriale un’arte che, svolta correttamente, può essere bella quanto una sinfonia o un dipinto; amo la musica, è un tassello fondamentale della mia vita e del mio lavoro, quindi per forza di cose mi sento pienamente d’accordo con la sua opinione.
Divide il libro in 3 parti:
Nella prima parte descrive ciascuna skills e la definisce, appunto, come degli ingredienti che possono influire sulla nostra professione e sulla nostra vita in generale.
Nella seconda parte descrive una serie di scenari reali e spiega come questi ingredienti si possano combinare in miscele variabili. Dando l’opportunità al lettore, in questo caso il sottoscritto, di riflettere su reazioni passate e situazioni lavorative difficili e di domandarmi cosa farei di diverso oggi, alla luce di ciò che ho imparato.
Nella terza parte, quella più divertente a mio avviso, assegna alcuni esercizi pratici per aiutare il lettore a sviluppare ciascuna delle 12 caratteristiche/ingredienti e su come iniziare ad allenarsi per potenziare le proprie soft skills. Inizia dalla “gratitudine”, invitandoci a registrare un video dove bisogna comunicare le 5 cose per cui si è grati, per ricordarci quanto sia inutile e svilente lamentarsi di qualcosa di piccolo o secondario quando al mondo c’è veramente chi potrebbe lamentarsi della condizione in cui si trova… Poi prosegue con esercizi sulla responsabilità e sull’ottimismo, per poi continuare con la gentilezza e ci invita ad andare su GoFundMe e donare, donare tempo e finanze alla gentilezza; sull’umiltà ci esorta a fare una lista di cose in cui non siamo bravi o ferrati, per poi condividerla sui social con l’hashtag #HumilityGaryVee (un po’ di pubblicità gratuita, interazioni e condivisioni non fanno male nemmeno ad un pioniere del web marketing come Gary).
Ho dunque preso la palla al balzo e deciso di dedicare questo articolo alle persone con cui condivido parte della mia vita professionale e privata, persone che hanno delle soft skills, che non definisco ingredienti, ma superpoteri; persone amiche che ogni giorno e anche molte notti, a modo loro, sono per me, dei supereroi. Non mi viene difficile elencare i loro ingredienti (soft skills) principali e lo faccio con delle card illustrate qui sotto… I loro superpoteri non salveranno il mondo intero, ma sicuramente migliorano il mio, ogni giorno.
Come dei supereroi hanno un ruolo fondamentale nel nostro lavoro diurno e si trasformano la notte per dedicarsi all’altro lato del nostro lavoro, senza indossare una maschera, solo con le loro molteplici abilità.
Ognuno ha i supereroi che si merita e io sono felice di meritarmi questi.
Perdonami Gary,
ho voluto prendermi una piccola licenza poetica.






























